Diminuisce il prodotto, resta invariata la spesa, un vecchio e miserabile giochetto. Ma la shrinkflation, o sgrammatura, non passa più inosservata.
E questo nonostante si sia fatto molto per tenerla ben protetta. O meglio non fatto, visto che in Europa praticamente solo la Francia ha oggi una norma precisa in materia.
Non ce l’hanno, invece, il Regno Unito e la Spagna, mentre in Germania ci si gira intorno, sanzionando confezioni ingannevoli, per esempio con vuoti superiori al 30 per cento.
Nell’Esagono, da luglio 2024, i supermercati sopra i 400 mq devono segnalare, per due mesi consecutivi e con appositi cartelli, i dimagramenti dei beni non accompagnati da paralleli cali di prezzo.
Da noi si rimanda, complice la bocciatura da parte dell'UE, che ha ritenuto il possibile quadro italiano lesivo del regime di libera circolazione. Bocciatura discutibilissima ma che, peraltro, ha fatto comodo a molti.
Quindi se la Legge Concorrenza del 2024 aveva tentato di imporre, entro luglio 2025, la dichiarazione in etichetta, per la durata di 6 mesi, delle pratiche di shrinkflation, tutto è slittato - e non solo una volta - per andare a finire a luglio 2026.
In compenso i nostri consumatori non sono proprio… “distratti”. Secondo i dati resi noti pochi giorni fa dall’Osservatorio di Pro Carton, l’associazione europea dei produttori di cartone e cartoncino, in 7 casi su 10 (73%) gli italiani si dicono consapevoli del fenomeno.
L’indagine, condotta nel 2026 su oltre 5.000 soggetti in cinque Paesi – al nostro si aggiungono, appunto, Regno Unito, Francia, Germania e Spagna - fotografa un cambio di passo significativo: la maggiore attenzione verso le confezioni “alleggerite” si traduce in scelte d’acquisto più selettive, con i clienti finali disposti a premiare quei marchi che garantiscono trasparenza, informazioni chiare e correttezza nelle comunicazioni di prodotto.
La conoscenza più approfondita della sgrammatura si traduce in scelte precise e contribuisce, per la propria parte, a ridefinire le dinamiche di consumo.
Se un prodotto d’uso comune riducesse la quantità, o le dimensioni, senza variazioni di prezzo, l’84% degli intervistati ha dichiarato che reagirebbe intraprendendo azioni nei confronti del marchio.
Tra le misure preferite — con facoltà di scelta multipla — emergono la ricerca di un’alternativa con un equo rapporto qualità/prezzo, il passaggio a un’altra marca e la decisione di smettere del tutto di acquistare quel prodotto.
Queste decisioni si collocano, a loro volta, in uno scenario generale in cui, nonostante l’incertezza e l’aumentata attenzione al prezzo, il ruolo del packaging diventa sempre più importante, visto che il 56% degli intervistati dichiara di essere diventato più sensibile al tema del cambiamento climatico negli ultimi dodici mesi.
Infatti, oltre la metà degli italiani dice no alle confezioni non riciclabili. Se la sgrammatura provoca reazioni gravi è infatti l’attenzione alla sostenibilità a rimanere centrale, a patto però che essa non comporti un aumento di prezzo. A questo criterio egoistico, generalizzato e diffuso, si oppone comunque un 27% di soggetti che si dice disposto a prescindere da ragioni di costo.
E tra gli intervistati che hanno cambiato marca o prodotto a causa del packaging, il 57% ha dichiarato di farlo proprio perché l’imballaggio non è riciclabile.
L’88% dei nostri connazionali dichiara inoltre di considerare – non sempre, ma almeno “qualche volta” –l’impatto ambientale nelle proprie scelte di prodotti confezionati.
Un dato che supera di 3 punti percentuali la media europea, confermando un’attenzione più assidua del nostro Paese verso le tematiche ecologiche e testimoniando che l’imballaggio sostenibile sta diventando la nuova normalità: per 8 persone su 10 esso influisce positivamente sulla scelta del brand.
