Essere benefit fa bene al business: il fatturato aumenta del 13%

Essere benefit fa bene al business: il fatturato aumenta del 13%

Essere benefit fa bene al business: il fatturato aumenta del 13%

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Luca Salomone

Essere benefit fa bene anche agli affari perché salgono, per esempio, il fatturato, il valore aggiunto, la solidità della catena di fornitura. Le cifre parlano chiaro.

Le benefit pagano meglio

A dirlo, con moltissimi dati alla mano e una solidissima metodologia, che per brevità non possiamo dettagliare, è la 'Ricerca nazionale sulle società benefit 2026', condotta da Nativa (SB essa stessa e abituale collaboratrice di Banca Intesa Sanpaolo), dal Dipartimento di ricerca della stessa Intesa, con i contributi di Assobenefit, InfoCamere, Università di Padova e Camera di commercio di Brindisi-Taranto.

L'analisi evidenzia un'associazione positiva tra questo statuto d'impresa e crescita: l'effetto stimato risulta pari al +13% per il fatturato, +17% per il costo del lavoro (il che vuol dire che i dipendenti sono pagati meglio) e +12% per il valore aggiunto.

E poi, dall'analisi degli scambi commerciali 2024 di 4.376 imprese – metà SB e metà no, omogenee per settore, dimensione e provincia -, emerge come le prime compaiano nelle filiere delle loro omologhe con una frequenza superiore a quella dell'economia nel suo complesso.

Il 38% delle benefit ha relazioni commerciali con altre benefit, mentre le non-benefit hanno fornitori benefit solo nel 24% dei casi.

Un rapporto continuativo con i fornitori

Questa propensione a costruire relazioni con partner benefit interessa tutte le classi dimensionali, dalle micro alle grandi imprese: all'aumentare della dimensione cresce la probabilità di avere almeno un fornitore benefit (tra le grandi SB si raggiunge l'86%), ma il vantaggio sottolineato rimane sistematicamente presente.

Le filiere delle società benefit sono più stabili: il 27,4% degli acquisti è destinato a fornitori con cui esiste un rapporto continuativo negli ultimi nove anni, contro il 21,8% delle non-benefit. Sono dati che offrono seri spunti di riflessione sulla maggiore tenuta delle supply chain.

La ricerca ha quindi confrontato la diffusione delle società benefit nelle province italiane con le condizioni economiche e sociali dei territori, misurate dagli indicatori Istat sul benessere equo e sostenibile (Rapporto Bes, edizione 2025).

Ne emerge come la maggiore presenza delle SB non risponda a una maggiore presenza di bisogni sociali più intensi e/o a carenze del contesto in cui operano. La mappa del modello segue, invece, quella dell'innovazione e del reddito: così le benefit sono più presenti nei territori che brevettano di più e dove i guadagni delle persone sono più elevati, con un'incidenza che va da 2,7 ogni mille aziende nel Nord-Ovest allo 0,8 per mille delle Isole.

Per quanto riguarda le finalità di beneficio comune, emerge come le scelte delle priorità dei vari statuti siano legate più all'attività dell'impresa che al luogo in cui essa ha sede.

Quante sono e come crescono le società benefit italiane

La ricerca presenta anche un aggiornamento sulla numerica del fenomeno benefit. Al 30 giugno 2026 le SB erano, in Italia, 5.968, il 7,7% in più rispetto a fine 2025 e il 15,6% in più in confronto a un anno prima.

Esse impiegano circa 260.000 addetti e generano un valore della produzione di 71,3 miliardi di euro, pari al 2,5% del totale nazionale.

Le microimprese sono le più numerose (4.342), ma il modello è più consolidato tra le grandi, con oltre 250 addetti, dove l'incidenza arriva al 2,4%.

La diffusione di questo peculiare statuto compare in tutti i settori, in particolare nelle telecomunicazioni (11,7 per mille), nelle attività professionali (9,4) e nell'istruzione (7‰). E, per inciso, i casi, come documenta anche Distribuzione moderna, sono in crescita esponenziale nel modo dei beni di consumo.

La ricerca ha anche aggiornato l'analisi della dimensione statutaria, categorizzando gli impegni concreti e pubblici che le società benefit assumono nei confronti delle persone, delle comunità e dell'ambiente.

La classificazione Esg, ottenuta tramite l'esame puntuale di 5006 documenti statutari, conferma un forte orientamento verso le finalità sociali (55%), seguite da quelle ambientali (28%) e di governance (17%).

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