Nel 2025-2026 i negozi sfitti sono quasi 460.000 (17% dell'offerta retail)

Nel 2025-2026 i negozi sfitti sono quasi 460.000 (17% dell'offerta retail)
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Nel 2026, in Italia, appena il 36,6% dei punti vendita del commercio al dettaglio è di proprietà. Dunque solo un imprenditore su tre, o poco più, è detentore dei muri che utilizza.
Per conseguenza il restante 63,4% opera in immobili in affitto e rimane esposto ai costi di locazione e alle condizioni del mercato immobiliare, un fenomeno che risulta ancora più diffuso nelle principali realtà urbane.
Lo sfitto imperversa nelle grandi città
Nello otto grandi città considerate dall'indagine Confcommercio — Roma, Milano, Torino, Napoli, Genova, Palermo, Bologna e Firenze — la quota stimata di esercizi locati raggiunge addirittura il 69,8%, con una differenza di 6,4 punti percentuali rispetto al dato nazionale.
Anche a livello regionale emergono differenze significative. La quota stimata di negozi di proprietà varia dal 31,5% del Lazio al 46,5% della Basilicata, con uno scarto di 15 punti.
Le percentuali più basse, dopo il Lazio, si registrano in Campania (33,2%), Liguria e Toscana (33,6%), mentre le incidenze più alte della proprietà, oltre che nell'area lucana, si osservano in Calabria (44,9%) e Molise (43,4%).
In ogni modo in nessuna delle zone prese in esame i negozi acquistati dall'impresa raggiungono la metà del totale.
Osserva Carlo Sangalli, presidente di Confcommercio: “Quasi mezzo milione di locali sfitti, piccoli comuni e borghi senza servizi essenziali, come alimentari, edicole e farmacie: è la drammatica fotografia di una desertificazione commerciale che avanza inarrestabile impoverendo le nostre città.
“Per questo – continua - chiediamo al Governo di destinare adeguate risorse ai Comuni, per realizzare piani di sostegno alle economie di prossimità, con l'obiettivo di riaprire i locali vuoti, favorire nuove attività e ridare vita alle comunità”.

Il più colpito è il piccolo commercio non food
Sfogliando con attenzione le tavole dell'analisi, svolta in collaborazione con il Centro Studi Guglielmo Tagliacarne, e basata, fra l'altro, anche sui dati del Rapporto Immobiliare Omi (Agenzia delle entrate), e dell'Archivio Asia di Istat, si scopre che l'incidenza dello sfitto colpisce particolarmente il piccolo commercio non alimentare (26,7% sul totale negozi), i professionisti iscritti ai vari ordini (22%), i servizi, come agenzie immobiliari e cura persona (12,2%), i ristoranti (8,6%) e i bar (6,4%).
Non solo. Confcom riporta che “assunto un canone di affitto medio per negozio pari a circa 16.000 euro annui a prezzi 2025 (fonte Omi), ogni immobile non locato determina una perdita di 116.000 euro, considerando che lo sfitto si è aggirato su una durata di 7,2 anni nel periodo 2012-2023.
“Moltiplicando questo numero per quello dei negozi oggi vuoti si ottiene una perdita, per il sistema Italia, di circa 53 miliardi di euro in 11 anni, pari a 4,4 miliardi all'anno, ora equivalenti allo 0,2% del Pil”.
Non è tutto, perché il fenomeno è destinato a perdurare. Confcommercio valuta, che, nel 2026, i negozi disabitati sul territorio nazionale abbiano raggiunto le 458.000 unità, arrivando a rappresentare ben il 17% dell'offerta totale dei locali commerciali.
L'analisi, presentata da Mariano Bella, direttore dell'Ufficio Studi della confederazione, mappa una crisi strutturale che colpisce in modo disomogeneo il Paese, ma che denota criticità profonde soprattutto nel piccolo commercio e nei servizi.
A pagare il prezzo più alto di questa trasformazione economica sono, come abbiamo visto, il piccolo commercio non alimentare, che da solo conta circa 172 mila vetrine spente, ma anche il settore della ristorazione e dei bar, dove si stimano quasi 90 mila esercizi vuoti.