I consumatori italiani non si lasciano prendere dal panico, ma il futuro è incerto. Nonostante l’impennata dell’energia causata degli eventi in Medio oriente, i consumi si mantengono stabili: +1% a volume a marzo 2026, secondo NielsenIQ.
Ma il clima di fiducia dei consumatori è in picchiata: è scivolato da 97,5 di inizio 2026 a 92,5 a marzo.
Secondo Prometeia, quest’anno il Pil italiano dovrebbe attestarsi a +0,4%, un livello inferiore alle stime pre-conflitto, +0,7%. Contestualmente è atteso un aumento dell’inflazione al consumo (+2,9%), oltre che una frenata dei consumi (dal +1,1% del 2025 al +0,5% del 2026), un rallentamento degli investimenti e una contrazione dell’export. Il quadro è stato delineato nel corso dell’assemblea pubblica di Ibc, l’Associazione industrie beni di consumo, dedicata al tema “Competere nel nuovo scenario globale. Strategie di crescita per le Pmi del largo consumo”.
Ibc rappresenta 34mila imprese, in gran parte piccole e medie, che generano un giro d’affari di circa 500 miliardi di euro (230 solo nel settore grocery) e occupa 1,1 milioni di addetti.
“A gravare sulle imprese – ha sottolineato il presidente di Ibc, Flavio Ferretti – è soprattutto l’impennata dei costi esogeni, che colpisce trasversalmente energia e materie prime. I rincari investono comparti strategici: dai fertilizzanti per l’agroalimentare e il chimico, fino alla filiera dei metalli, penalizzata dal costo dell’alluminio. L’instabilità minaccia, inoltre, le catene di fornitura dell’elettronica e della farmaceutica, con ripercussioni a cascata su numerose filiere produttive”.
Le famiglie italiane reagiscono all’incertezza frammentando la spesa. Secondo NielsenIQ, nel 2025 la frequenza di acquisto è aumentata del 9%, penalizzando la fedeltà alle insegne (-5,7%) e i brand (-4,2%).
Il consumatore è ormai multicanale: alterna fisico e digitale, visita molteplici retailer e sceglie canali diversi a seconda della categoria merceologica.
La sfida per le imprese si sposta quindi sulla capacità di garantire disponibilità, semplicità e rilevanza dell’offerta.
Infine, la crisi demografica (con calo delle nascite, invecchiamento della popolazione e aumento delle famiglie unipersonali) sta ridisegnando strutturalmente la composizione della spesa, imponendo alle aziende di ripensare formati e priorità.
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