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Aggiornato al: 19 Novembre 2019 10:35
Intervista
Monini: «Export e sostenibilità al centro delle nostre attenzioni»

Come chiuderà il 2015 per il mercato dell’olio d’oliva?

Potrei rispondere con ironia: può andare solo meglio. Se andasse peggio, la situazione sarebbe disastrosa. Ma sono ottimista: mi aspetto una netta ripresa. La campagna fortunatamente è stata sana e produttiva quest’anno. Un elemento importantissimo. Ci aspettiamo non solo ottima qualità, ma anche quantità, nonostante molte regioni abbiano avuto raccolti scarsi a causa di temperature poco favorevoli. Penso soprattutto alle regioni del centro. Il sud Italia invece, l’area di produzione più importante, ha avuto raccolti molto buoni. Siamo fiduciosi che il prossimo anno l’Italia riavrà quantità abbondanti e ottima qualità.

E per Monini?

La nostra azienda fa leva sul concetto di italianità e seleziona con estrema cura tanto quello che produce quanto quello che acquista fuori dalle proprie coltivazioni. Monini fa da sempre un uso attentissimo degli olii italiani di eccellenza: per questo ha bisogno, oggi più che mai, di prodotti dagli standard qualitativi altissimi. Non dubito trarremo grandi benefici dagli qualità del raccolto previsto per il 2016.

Quest’anno chiuderete con un fatturato che è allineato a quello del 2014 oppure pensate di registrare qualche variazione positiva?

Non ci aspettiamo variazioni. Prevedo un fatturato allineato a quello del 2014. Non dimentichiamo che il fatturato è condizionato dal prezzo medio del prodotto. Quest’anno i volumi saranno più bassi: sia l’estero che l’Italia hanno registrato una flessione sui consumi dovuta all’inevitabile aumento di prezzo che è stato conseguenza della scarsità di materia prima.

Per voi, come per altre aziende del mercato italiano, l’estero sta diventando davvero un’opportunità straordinaria come sbocco per poter espandere la propria capacità produttiva e il proprio fatturato. Mi sbaglio?

È un discorso valido per moltissime aziende: il mondo è grande e c’è uno spazio importante ancora da conquistare per un prodotto che, fortunatamente, non può nascere ovunque. All’estero, a differenza di quanto avviene in Italia, la scissione tra prodotti di alta qualità e prodotti che ne sono privi è molto più netta. Per aziende come la nostra che, pur essendo grandi, scelgono di seguire la strada della qualità, le opportunità si moltiplicano. Le percentuali sono diverse: nei paesi in cui il livello di conoscenza del mercato oleario da parte dei consumatori è ancora basso, l’attenzione si focalizza soprattutto sul prezzo. Allo stesso tempo, però, ci sono buyer che prestano molta attenzione agli standard qualitativi. Per questo c’è spazio in molti paesi del mondo per Monini. L’export è un’opportunità che tutte le aziende del nostro settore devono sfruttare: dobbiamo saper imporre la nostra italianità, ciò che ci differenzia da tutti gli altri paesi produttori. Altrimenti corriamo il rischio di svalutare il nostro patrimonio e il nostro potenziale.

Quanto pesa oggi la quota export per Monini sul totale del fatturato?

Negli anni per noi l’export è cresciuto gradualmente. Oggi si attesta attorno al 35% del fatturato totale e dei volumi venduti. La nostra è una scelta di campo: abbiamo adottato le stesse politiche commerciali in tutto il mondo, per questo la percentuale di fatturato e la percentuale dei volumi esportati coincidono.

Cosa state facendo sul fronte della produzione sostenibile? Quali sono i progetti che avete in cantiere?

Studiando il settore dell’olio EVO, abbiamo scoperto che la parte che immette più CO2 nell’atmosfera è quella agricola. Produce infatti un forte dispendio d’acqua e di concimi, una delle parti più inquinanti a livello mondiale, per non parlare dei consumi delle macchine agricole. È stato straordinario scoprire l’impatto della produzione convenzionale paragonato a quello di una produzione biologica. La produzione biologica garantisce al consumatore un’assenza o una rilevabilità molto bassa di pesticidi che, negli oli EVO tradizionali non è eccessiva, ma comunque presente. E, in atmosfera, l’olio biologico inquina il 20% in meno rispetto a un olio convenzionale. Un dato che trovo sconvolgente. Anche per questo credo che l’impegno di Monini in questo settore possa e debba far riflettere, soprattutto in vista della ricerca di soluzioni meno impattanti e di un atteggiamento più rispettoso nei confronti dell’ecosistema. Parlando invece della parte industriale, siamo intervenuti sugli imballaggi creando una bottiglia di vetro riciclato al 75% e stiamo studiando per arrivare in collaborazione con diverse vetrerie a un imballaggio riciclato al 100%. Un impegno e una sfida continua cui non possiamo sottrarci. Pensiamo alla Francia e alla tragedia delle bombe d’acqua: sono solo l’ultimo esempio di come il nostro ecosistema si stia trasformando. Una realtà che abbiamo sempre percepito come estranea e distante, ma che è reale, vicina e preoccupante.

Novità di prodotto: che cosa ci possiamo aspettare per l’immediato futuro? Ci sarà qualcosa di nuovo? È evidente che è un mercato che non è caratterizzato da margini di innovazione particolare, però…

L’olio è un prodotto millenario: non può essere stravolto. Sono un purista e ammetto che molte delle innovazioni recenti mi preoccupano. Sono ovviamente favorevole ai processi d’innovazione che permettono di ottenere un olio Extra Vergine d’oliva di qualità elevata, come per esempio tutti i passaggi che consentono una raccolta dei frutti più rapida. Quanto al resto, invece, si tratta solo di lavorazioni aggiuntive. Un esempio? Gli olii aromatizzati. La nostra azienda è fra le prime ad aver messo sul mercato questi prodotti, ma da amante della materia prima in purezza… a volte li ritengo delle forzature. Se l’EVO è davvero di qualità, non ha bisogno di aggiunte: ha già naturalmente tutto ciò di cui ha bisogno.

20 Ottobre 2015
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