Prezzi troppo alti e prevedibili rinunce: è questo il sentiment degli italiani verso i consumi, come emerge da uno dei sondaggi di Eurispes.
Si tratta di indagini sullo stato delle cose e, in certa misura, predittive, contenute nel Rapporto Italia 2026 (146 pagine, 6 capitoli, 6 saggi e 60 schede fenomenologiche), rapporto di recentissima pubblicazione e giunto, quest’anno, alla sua 38ma uscita.
Troppe spese o, meglio, spese troppo gonfiate dal mix congiunturale? Certamente: il giudizio dei nostri connazionali risulta impietoso, ma, rileva Eurispes, privo di allarmismi, perché sostanzialmente in linea con quanto già osservato nel 2025.
“Il costo al pubblico – si legge – è aumentato per l’82% dei cittadini (il 49,2% indica un forte incremento, la quota era il 48,3% nel 2025, mentre il 33,3% rileva un incremento più limitato rispetto al 35,8% del 2025). Anzi i prezzi sono vissuti come costanti dal 14,2% (+2%), mentre le indicazioni di diminuzione rappresentano solo il 3,3%”.
Sommando i valori di quanti concordano su un rialzo, emerge un dato distribuito in maniera omogenea su tutto il territorio, con indicazioni sempre oltre l’80%, a eccezione delle Isole, dove gli abitanti rilevano scostamenti in misura minore (lo dice il 60,7% del campione). Anzi, più spesso di altri, gli italiani delle isole ritengono (25% dei pareri) che i listini applicati dai negozi siano rimasti invariati.
I pareri cambiano a seconda del tessuto urbanistico, con le città che lamentano incrementi un poco più sensibili.
“Nella maggior parte dei casi – scrive Eurispes – gli stessi cittadini ritengono, in base alla propria esperienza, che l’aumento dei prezzi si sia attestato oltre 8% (38,9%), ma sono anche molti a riferire un delta che si colloca fra il +3 e il +8% (35,7%).
“Un aumento eccessivo, oltre l’8%, è rilevato in particolare fra coloro che sono in cerca di nuova occupazione (55,1%) e tra i cassintegrati (45,8%), molto meno dagli occupati (40,8%) e dai pensionati (32,2%), denunciando, ovviamente, come le condizioni di maggiore instabilità reddituale si accompagnino a una valutazione più acuta del fenomeno”.
Generi alimentari (93,3%) e carburanti (91,2%) si collocano nettamente al di sopra di tutte le altre categorie per le quali i cittadini segnalano rincari, seguiti a distanza dai pasti fuori casa (83,4%) e dai viaggi e vacanze (82,2%).
Valori significativi si notano poi sul fronte dei trasporti (75,4%), del vestiario e calzature (72,4%), di cura della persona/salute (70,9%), ticket-medicine (68,8%), tecnologia (61,7%), arredamento e servizi per la casa (61,4%), cinema/spettacoli/attività culturali (61,1%) e affitto (60%).
Quote più limitate di preoccupazione interessano l’acquisto della casa (56,8%), la palestra e lo sport (56,3%) e le spese telefoniche (49,9%).

Si evidenzia una serrata sui controlli medici periodici di prevenzione. La rinuncia passa dal 27,2% del 2025 al 34,6% del 2026
Contenere le spese è sempre possibile, almeno entro certi limiti e in presenza di un reddito costante.
Per asciugare i propri budget i nostri connazionali rinviano, però, anche esborsi considerati necessari (60,2%), tagliano le uscite fuori casa (54,1%), i viaggi e le vacanze (52,1%).
Su livelli intermedi e meno drastici si collocano le sforbiciate che implicano una riorganizzazione strutturale del bilancio domestico: la cura della persona (43,5%), l’aiuto (42,6%), i lavori edilizi e le ristrutturazioni (39,6%).
“Quasi 4 italiani su 10, il 38%, hanno fatto ricorso al pagamento in nero di alcuni servizi – riporta Eurispes -. Anche la quota di chi ha utilizzato la rateizzazione dei pagamenti (41%) si inserisce in questo quadro, con l'adozione di strumenti di dilazione per supportare spese altrimenti gestibili con difficoltà”.
Le rinunce più specifiche, legate a servizi di cura, come babysitter (36,1%) e badante (37,3%), mostrano incidenze significative, pur riferendosi a sottoinsiemi della popolazione (“solo per chi ne ha bisogno”).
Al contrario, risultano meno diffuse strategie più radicali, come la rinuncia all’automobile (24%), o al noleggio di abiti da cerimonia (16,2%).
“Il confronto con il 2025 – osserva ancora l’istituto presieduto da Gian Maria Fara - evidenzia una sostanziale stabilità nelle principali strategie di contenimento della spesa. Si segnala, tuttavia, un incremento nella riduzione delle uscite per ristorazione e locali (dal 50,1% al 54,1%) e nel declino dell’aiuto domestico (dal 37,2% al 42,6%). In calo, invece, la rinuncia alla babysitter e alla badante. Rispetto al 2025 si passa, nel primo caso, dal 54 al 36,1% e, nel secondo, dal 45,3% al 37,3 per cento”.
L’analisi delle rinunce a prestazioni sanitarie e servizi di cura evidenzia, nell’ultimo anno, il protrarsi di comportamenti di auto limitazione della spesa, i quali coinvolgono, in modo non marginale, anche ambiti riconducibili al benessere e alla prevenzione, delineando una compressione selettiva di voci che sarebbero, al contrario, essenziali.
Le quote più elevate di disdette e posticipi “si concentrano sui controlli medici periodici (34,6%), seguiti dalle cure odontoiatriche (32,1%). Su livelli inferiori si collocano le rinunce alle visite specialistiche (23,4%), alle spese veterinarie (20,4%) e alle terapie, o interventi medici (19,8%), mentre una quota più limitata investe l’acquisto di medicinali (15,7%)”.
Il confronto con il 2025 evidenzia un incremento generalizzato delle cancellazioni delle spese sanitarie e di cura e, in maniera acuta, il restringimento dei controlli medici periodici di prevenzione, che passano dal 27,2% del 2025 al 34,6% del 2026.
In crescita anche il posticipo delle terapie odontoiatriche (dal 28,2% al 32,1%) e l’acquisto di medicinali (dal 13,2% al 15,7%).
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