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Aggiornato al: 23 Giugno 2018 16:22
Intervista
Authentico smaschera l'italian sounding con lo smartphone

I fondatori. Da sinistra: Gennaro Cirillo, Giancarlo Panico, Giuseppe Coletti

Authentico, sviluppato dall’omonima start up, è un progetto creato da un gruppo di manager, imprenditori e professionisti, accomunati dalla passione per il cibo. È un sistema innovativo di supporto al contrasto dell’italian sounding, costituito da una piattaforma digitale e da un’App, rigorosamente gratuita e disponibile per sistemi iOS e Android. La missione è aiutare i consumatori di tutto il mondo, specialmente stranieri, a riconoscere, trovare, acquistare, mangiare prodotti italiani veri sia in casa propria, sia a fuori casa.
Altro scopo è di erogare informazioni sulla filiera del nostro cibo, con notizie sulle aziende che lo producono, sulle tradizioni e le curiosità inerenti alla cultura e al territorio, nonché sulle ricette tradizionali. Authentico mappa anche i ristoranti italiani all’estero, segnalando quelli che usano prodotti originali nella preparazione dei piatti che hanno reso famosa la cucina italiana nel mondo.
Il sistema, che ha richiesto oltre 2 anni di studio per conoscere e documentare i vari tentativi di imitazione in giro per il mondo e per comprendere le dinamiche della produzione food e della distribuzione moderna, ha raccolto l’interesse di decine di imprese del settore, di associazioni di categoria e consorzi.
Durante Cibus 2018 Authentico ha siglato una partnership con Anicav (Associazione nazionale industriali conserve alimentari vegetali) che, con oltre 100 aziende associate, è il più grande ente al mondo nella rappresentanza collettiva delle imprese di trasformazione del pomodoro.
A parlarci di questa intesa è lo stesso
Ceo, Giuseppe Coletti, ingegnere elettronico e informatico, con un passato in aziende del calibro di Ibm e Apple.

È stato complesso raggiungere questo accordo?

Sì e no. Sì perché comunque è il frutto di anni di preparazione, studi, colloqui, riunioni e verifiche con gli operatori del largo consumo, e no perché in fondo l’intesa ha richiesto tempi brevi. Certamente rappresenta un bel traguardo. Va detto che il comparto del pomodoro, insieme a quello caseario, è uno dei più tartassati dall’italian sounding, considerati gli alti livelli di export.

Altre intese di rilievo?

Nel nostro attuale perimetro rientra l’Associazione Verace Pizza Napoletana, che raggruppa oltre 680 pizzerie in Italia e all’estero. Dopo il riconoscimento, a dicembre 2017, dell’Arte del pizzaiolo napoletano come patrimonio dell’umanità, da parte dell’Unesco, si è posto il problema di difendere gli artigiani formati e certificati da una delle due principali associazioni di categoria. Il nostro compito è, e sarà, di identificare le pizzerie estere che seguono il disciplinare e di fare tesoro delle eventuali segnalazioni di imitazioni. Gli aderenti all’associazione si sono, ovviamente, aggiunti agli altri numerosi ristoranti italiani esteri, circa 3.000, che abbiamo identificato e valutato come autentici italiani.

Come funziona l’App e quanti download ha avuto?

Funziona in modo davvero semplice, visto che basta scaricarla gratuitamente. In pratica è sufficiente inquadrare con la fotocamera il codice a barre, presente su tutte le confezioni, e si ottiene subito il responso sull’autenticità o meno del prodotto. Da settembre 2017, data della nostra partenza, l’applicativo ha registrato 5.000 download che, secondo la nostra roadmap, diventeranno 100.000 nell’arco di 3 anni, al netto di elementi fortuiti, sempre possibili nel mondo digitale.

È un’App solo per gli stranieri?

Non direi, tant’è vero che c’è la versione italiana e quella inglese. Questo perché, anche se da noi non ci sono vere situazioni di italian sounding, molte aziende ci chiedono oggi di sviluppare un sistema in grado di avvalorare la certificazione di origine delle materie prime.

Localizzare un’App all’estero è un’operazione complessa?

Premetto che il nostro obiettivo è, per fine anno, di avere una versione spagnola. Poco dopo ci saranno il tedesco e il francese, per arrivare a un totale di 9 lingue. Detto questo la cosa veramente complicata non è, ovviamente, tradurre i menu o la grafica, ma i contenuti, sia quelli proprietari, come le ricette, sia soprattutto quelli che ci arrivano dalle imprese, che sovente hanno difficoltà a fornirci i ‘materiali’ in lingue estere diverse dall’inglese.

Come avete formato il database?

Il primo elemento è un algoritmo che, sulla base dei codici a barre, estrae una serie di informazioni che consentono di capire diversi elementi dei vari prodotti. Subito dopo viene interrogata la nostra banca dati, che comprende i molti fake raccolti nel tempo. In questo caso la collaborazione dei consumatori, che ci segnalano le imitazioni, è molto importante, anche se ogni notizia comporta le debite verifiche. Terza fonte è il database mondiale di GS1.

Dunque, chi scarica l’App di fatto può anche collaborare?

Direi che la vera novità è proprio il concetto di crowdsourcing, di progetto collettivo che vede schierate le persone, che sono poi le prime vittime degli inganni e le prime destinatarie della nostra promessa: assicurare il vero cibo italiano, sia che si tratti di consumi in casa che fuori casa, o, addirittura, di false ricette italiane. Abbiamo creato, in sostanza, una sorta di ecosistema, che coinvolge i tre pilastri del cibo: l’acquisto, la preparazione e il consumo.

Concludiamo con qualche nota storica. Come è nato il progetto?

L’idea è nata dalla passione per l’alimentare e dai frequenti viaggi dei fondatori della nostra startup. Nelle trasferte internazionali ci capitava regolarmente di imbatterci, sugli scaffali dei supermercati di nazioni vicine e lontane, in prodotti somiglianti ai nostri. In America, Sudafrica, Est europeo, per esempio, ci siamo accorti che la presenza dei fake era molto più consistente di quella degli alimenti davvero italiani. Per giunta le imitazioni non sono affatto ingenue, ma hanno con un merchandising accattivante e una scala prezzi che, nello stesso reparto, comprende, nell’ordine, un prodotto premium – di solito quello autentico -, un fake e un prodotto normale. Già nel 2014 le statistiche dimostravano che due prodotti su tre venduti come italiani erano in realtà imitazioni e che il fatturato dell’italian sounding era di circa 60 miliardi. Ci siamo resi conto che bisognava fare qualcosa. E questo ‘qualcosa’ è oggi ancora più importante, perché il totale dell’italian sounding è salito a 90-100 miliardi, mentre, per fortuna, la proporzione di 2 a 3 si è leggermente ridimensionata, considerando che il nostro export agroalimentare vale 41 miliardi di euro. Ma se consideriamo che, come risulta da alcuni studi, oltre 1 miliardo e mezzo di persone al mondo cerca il cibo italiano, c’è moltissimo da fare. Authentico vuole supportare le aziende italiane del settore wine&food nel comunicare direttamente con il proprio target, con l’obiettivo di vendere di più all’estero.


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28 Maggio 2018
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