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Aggiornato al: 23 Giugno 2018 16:22
Primo Piano
Quando lo stock va sotto pressione

La disponibilità a scaffale continua a essere una delle sfide più grandi per la crescita e la penetrazione di un marchio. L’indagine, condotta da BeMyEye – società multinazionale focalizzata sull’omonima soluzione DaaS (Data as a Service) di mobile crowdsourcing per ottenere informazioni in tempo reale sui livelli delle rotture di stock durante i picchi di domanda - fa luce sui problemi affrontati dalle aziende quando si fronteggiano sul campo, scaffale dopo scaffale, in una competizione che chiama in causa, evidentemente, la reperibilità del prodotto.

Per dare risposte adeguate sono stati interpellati più di 280 esperti del settore, fra multinazionali e altre aziende del largo consumo, in 4 Paesi - Italia, Francia, Regno Unito, Spagna -, prendendo in considerazione 12 categorie merceologiche.

Dopo il sondaggio BeMyEye ha interpellato il proprio gruppo, formato da oltre 600.000 utenti, per confrontare e convalidare le opinioni degli interpellati. I soggetti hanno vagliato 400 brand/sku, in 19 catene di supermercati d'Europa, per arrivare a più di 40.000 controlli sui livelli di out of stock (Oos). Le verifiche sono state condotte fra le 16 di venerdì e le 20 di sabato, intervallo di tempo identificato, dagli esperti, come il più critico.

In sintesi il 68% degli intervistati ha a che fare con beni soggetti a intense fasi di domanda (generalmente i picchi sono durante l’ora di pranzo, di cena, e nel fine settimana). L’80% trova difficile misurare in maniera efficiente i livelli di Oos, il 92% dichiara che gli Oos affliggono realmente le vendite, l’83% identifica i fine settimana come momento particolarmente critico, con accentuazioni fra le ore 15 e le 18.

L’ 84% degli esperti è convinto che sarebbe possibile migliorare le problematiche di Oos in accordo con i distributori, ma solo se venissero forniti ai retailer dati adeguati.

Ridurre il livello di rotture anche del 10%, porterebbe, sempre secondo i 280 ‘saggi’, a un significativo incremento del fatturato.

Se fosse davvero possibile un simile aggiustamento quale sarebbe l’impatto? Per il 45% i benefici si possono quantificare in un +1-3%, mentre per un altro 24% l’incremento va dal 4 al 6% delle vendite e per un altro 14% addirittura si piazza fra i 7 e i 9 punti.

Per categoria emerge che le bevande, alcoliche e analcoliche, presentano il più alto rischio di Oos (oltre 90% di risposte concordi), seguite dai freschi e dal cura casa (entrambi con il 78%), dagli snack salati (71%), dai surgelati (67%) e dai prodotti dolciari (60%). Al contrario si attestano su livelli inferiori le merceologie non da impulso, con particolare riguardo per il non food. Nell’ordine i più resistenti sono gli articoli per la cura dei bambini, i giocattoli, l’igiene e bellezza, e, nell’alimentare, le bevande calde.

A seconda delle nazioni i più preoccupati degli Oos sono gli inglesi e gli spagnoli, mentre il problema è in proporzione meno sentito in Francia e Italia. In nessun Paese, comunque, il livello di allarme scende al disotto del 60%, una percentuale in realtà espressa solo dagli esperti italiani.

Una riduzione del 10% delle rotture porterebbe, come detto, risultati concreti, con miglioramenti medi delle vendite compresi fra il 4 e il 15 per cento, una stima su cui concordano soprattutto i francesi (95% di consensi), seguiti a breve distanza, e a pari merito, da inglesi e spagnoli (94%). Più ottimisti, ma non di molto, gli italiani che comunque concordano nell’87% dei casi. Però quella dei nostri connazionali è una risposta basata sui fatti, visto che il nostro Paese risulta essere quello più avanzato per quanto riguarda le soluzioni di misurazione dei livelli di Oos durante i picchi di domanda. Di conseguenza è più elevata l’aspettativa degli italiani di incidere sulle vendite arginando il problema anche solo di 10 punti ed è anche lo scenario che, nello studio, si accosta maggiormente alla realtà.

Ragionando nuovamente per Paese risulta che la Spagna è l’area con il maggior numero di prodotti che presentano fenomeni di Oos (75% dei casi). Tuttavia, anche qui, il 91% degli intervistati ritiene che sia possibile arginare le emergenze attraverso specifiche analisi.

Se l’osservazione sul campo (40.000 controlli) ha confermato che che nessuna delle categorie prese in considerazione risulta immune dal rischio di fallire negli ultimi 2 centimetri di percorso, è altrettanto vero, come detto, che alcuni prodotti sono più a rischio di altri, particolarmente in certe nazioni. Per esempio nel Regno Unito la merceologia più esposta alle rotture durante il fine settimana è, come accennato, quella delle bibite analcoliche, che ha fatto registrare una media di Oos del 12%, con uno spunto massimo del 19%, dati che potrebbero migliorare di 6 punti sempre nell’ipotesi di un nell’ordine dei 10 punti.

08 Aprile 2018
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