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Aggiornato al: 17 Gennaio 2019 04:52
Primo Piano
Tutti gli impatti delle chiusure domenicali

Per quanto apparentemente ferma, al momento, forse a causa della Manovra, approvata il 30 dicembre, pende pur sempre sulla distribuzione l’ipotesi di tornare alle domeniche di chiusura. Varie ricerche hanno quantificato il numero di favorevoli e contrari, dimostrando che oltre la metà dei nostri connazionali non gradirebbe affatto lo smantellamento della ‘Legge Monti’.

Ma quanto costerebbe il ‘flashback’ al mondo del commercio? Se lo è chiesta Confimprese, che ha commissionato a Bain & Company una ricerca sullo spinoso tema.

“Il fatturato del settore – si legge - risentirà in maniera significativa della riduzione delle aperture (con una stima di -3% a regime sul totale comparto e -5% nei punti vendita fisici), tenuto conto del peso molto significativo che hanno assunto le domeniche nelle abitudini di acquisto (10-20% dell’incasso, variabile a seconda dei canali e delle categorie merceologiche). Nel primo anno post-intervento i punti vendita delle reti fisiche saranno impattati maggiormente (-7% pari a -18,5 miliardi di euro) in quanto il ricavo programmato della domenica non riuscirà a essere recuperato nel brevissimo termine, mentre nel lungo termine le aspettative sono che si possa salvare almeno la parte programmata degli acquisti, andando comunque a perdere la fetta degli acquisti d'impulso”.

A ripiegare in modo più lieve sarà il food (-5,4% primo anno, -3,4% a regime) in quanto composto in larga parte da beni necessari e il cui acquisto è ricorrente e pianificato. Si avrebbero ricadute ben più pesanti su tutte le categorie legate all’autogratificazione. Parliamo soprattutto di prodotti gourmet, che, però, in questi anni, rappresentano uno dei motori del settore.

In maggiore sofferenza si dimostrerebbero, scrive Confimprese “le categorie non alimentari caratterizzate da un maggiore peso dell'impulso: cosmetica, accessori, ma anche in larga parte l'abbigliamento. Queste voci risentiranno fisiologicamente delle minori occasioni di consumo (-10,5% primo anno, -6,4% a regime”.

La perdita immediata dei primi mesi, a totale mercato, sarà del 20% circa per il canale fisico moderno (Gdo e catene), intorno al -15% nel primo anno, con una prospettiva di lungo periodo comunque molto negativa (intorno a un-12%) legata alle attese di modifica del comportamento di acquisto dei consumatori, che dovrebbero riprogrammare le proprie abitudini.

Il recupero degli acquisti programmati in settimana andrà a parziale vantaggio, ma solo nel lungo termine, di quei negozi indipendenti di prossimità che non avevano quote di acquisti domenicali e che catturerebbero solo parte gli acquisti programmati (+2,8% a regime) che verrebbero ripianificati all'interno della settimana; nel breve periodo l'impatto è comunque negativo anche sugli indipendenti stessi: -5,8% nei primi mesi, -0,6% nel primo anno.

Ad avvantaggiarsene sarà solo l’e-commerce che potrebbe richiamare una parte della spesa programmata e soprattutto di quella d’impulso, con una crescita, a regime, superiore al 30%, anche arrivando all’ipotesi, abbastanza estrema, che un certo bene non si possa prenotare nei giorni festivi, per poi vederselo consegnare in quelli lavorativi, come accade già ora, visto che i corrieri non consegnano di domenica.

“Il tessuto occupazionale del settore del commercio – si legge nel documento - risentirà in maniera molto negativa, con una stima di perdita superiore a 80.000 posti di lavoro, di cui circa 70.000 relativi alla distribuzione moderna (sia grande distribuzione sia catene anche di formati di piccole dimensioni). La significativa diminuzione del monte ore lavorate (almeno il 10% sul totale impiego del settore) nella distribuzione moderna, sia Gdo che catene, porterà a una diminuzione del totale risorse impiegate (necessaria anche per garantire la tenuta dei conti economici in risposta alla contrazione delle vendite), andando a impattare su un settore che garantisce lavoro anche alla fasce più deboli e da sostenere, come le donne (62% del totale dipendenti del commercio al dettaglio) e i giovani (dipendenti sotto i 30 anni: 23% del commercio al dettaglio vs 15% degli altri settori dell'economia)”.

Ma c’è di peggio: i lavoratori che in questo modo si ritroveranno in una condizione di instabilità o di disoccupazione, difficilmente troveranno una nuova collocazione nel mondo distributivo, visto che uno dei fattori che condizionano l’organico è proprio l’orario, oltre alle dimensioni dei punti di vendita.

Nel solo commercio all’ingrosso gli impatti potrebbero arrivare a 10.000 posti di lavoro in meno, considerando che il settore impiega in totale oltre 1 milione di addetti, in parte impiegati in attività che offrono servizio anche di domenica.

“La riduzione del totale orario lavorativo porterà anche alla diminuzione delle maggiorazioni festive per le persone impiegate in continuità nel settore. Nelle buste paga di un addetto del settore, il plus è di circa il 30%, una parte che può arrivare a pesare significativamente sul totale del mese e verrebbe completamente persa”.

E non bisogna illudersi che i nuovi disoccupati della Gdo e delle catene possano trovare facilmente lavoro nell’e-commerce che, per quanto in espansione e unico soggetto ad avvantaggiarsi, è anche dotato di un altissimo livello di automazione.

Impatti significativi si avranno inoltre sull’indotto e su quella parte di ristorazione legata alla Gdo, come le food court dei centri commerciali: qui si pronosticano, a regime, circa 10.000 posti in meno.

Quello che è più assurdo è che anche lo Stato finirebbe per farsi male da solo: “Per le casse pubbliche i risvolti saranno oltremodo negativi a causa del minore gettito fiscale legato alla diminuzione del fatturato delle aziende (impatti su Ires e Irap), per le ricadute della disoccupazione (minori entrate da Irpef e contributi Inps), oltre alla necessità di attivare misure di sostegno (cassa integrazione, sussidi)”. Per non parlare della minore appetibilità dei centri storici e delle vie commerciali presso i grandi investitori immobiliari italiani ed esteri, che finirebbero per concentrarsi solo su un segmento ridotto e composto dalle aree che saranno classificate come turistiche.

30 Dicembre 2018
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