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Aggiornato al: 18 Giugno 2019 17:30
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Censis e Conad studiano l'Italia del rancore e del non sviluppo

Pesante eredità quella della crisi economica del 2008, che sta consegnando l’Italia a un futuro di paure e rancore, senza quegli scatti che hanno dato vita al miracolo economico e a una potenza di livello mondiale. Aspettative sempre minori, disuguaglianze sociali, paura di scendere nella scala sociale hanno generato una società frammentata, debole, chiusa, regressiva, xenofoba, che ha rinunciato a consumi e investimenti.

È a partire da tale scenario che Censis e Conad si uniscono e per dare vita a un progetto di ricerca, comunicazione e confronto aperto a tutti , per favorire l’avvio di una riflessione congiunta, che si trasformi in una nuova spinta per costruire il futuro del Paese.

«Vogliamo approfondire la relazione che si instaura tra le persone, tra loro e le comunità di cui sono parte integrante, e che, inevitabilmente hanno un impatto sui consumi - sottolinea l’amministratore delegato di Conad, Francesco Pugliese -. Serve con urgenza un pensiero di comunità e questo è ciò che ogni cittadino si attende dalla politica e dalle istituzioni. La vera sfida è conoscere, è saper costruire una relazione a misura dei bisogni della persona, abbandonando la cultura del rancore e la paura che ostacolano la ripresa, per passare a una società con rinnovate aspirazioni e capacità di crescere».

L’analisi di Censis sull’Italia restituisce l’immagine di un Paese che nutre un forte disagio per il presente, ha una grande nostalgia del passato (7 su 10 sostengono che “si stava meglio prima”) ed è incapace di investire nel proprio futuro. Le ragioni sono tante: dalla bassa natalità (dal 1951 a oggi si sono “persi” 5,7 milioni di giovani) alla progressiva scarsità di reddito, dalla crisi sociale allo smarrimento della cultura del rischio personale, indispensabile per rimettere in moto la crescita e i meccanismi di ascesa.

Il 95% degli italiani è convinto che, per fare strada nella vita, occorra conoscere le persone giuste, provenire da una famiglia agiata (88%, diversamente da tedeschi, 61%; inglesi, 54%; francesi, 44%; svedesi, 38%), o avere fortuna (93% rispetto all’89% dei tedeschi, 77% dei francesi, 69% degli svedesi e 62% degli inglesi).

Eppure nell’ultima fase della recessione e nella timida ripresa congiunturale in corso, gli italiani dispongono di una liquidità totale di 911 miliardi di euro, cresciuta di 110 miliardi tra il 2015 e il 2017.

Insomma, l’Italia ha smarrito la capacità di guardare avanti e si limita a utilizzare le risorse di cui dispone, senza tuttavia seguire un preciso programma. Lo dimostra l’incidenza degli investimenti sul Pil scesa al 17,2% e che colloca il nostro Paese a distanza dalla media europea (21,1% con il Regno Unito), da Francia (23,5%), Germania (20,1%) e Spagna (21,1%).

27 Settembre 2018
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