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Aggiornato al: 23 Aprile 2018 17:30
Primo Piano
Deloitte prevede un aumento di 15 miliardi di euro per l'agroalimentare

Una crescita di 15 miliardi di euro nel prossimo triennio per le aziende food che saranno in grado di sposare l’innovazione produttiva e distributiva, ma anche di stabilire rapporti diversi con i clienti finali: queste le principali evidenze dell’Osservatorio Deloitte sul nostro agroalimentare.

L’attenzione al consumatore può determinare un balzo di fatturato del 22-25%, ma la sinergia tra gli operatori favorisce un incremento del 36% mentre la qualità è decisiva, tanto da indurre una variazione prospettica dei ricavi di 40 punti.

“In un momento in cui il settore sta dando prova di forza e vitalità, per le aziende è tempo di cogliere le potenzialità dell’innovazione, anche aumentando l’attenzione nei confronti di un pubblico sempre più consapevole, informato e capace di apprezzare alimenti di profilo elevato e rispettosi dell’ambiente”, riassume Eugenio Puddu, partner Deloitte.

Nella nostra Penisola le aziende attive nel comparto sono circa 8.300, per un fatturato aggregato di 125 miliardi di euro e più di 340.000 addetti.

Nel quinquennio 2012–2016 le vendite finali sono salite del 22%, specie grazie alla capacità di acquisire una maggiore specializzazione. In particolare si sono registrate vere esplosioni per i dietetici (+56%), il tè e caffè (+35%), le conserve (+41%), l’ortofrutta (+30), l’ittico (+29) e il vino e distillati (+28).

“Il nostro è un patrimonio industriale e culturale di primaria grandezza – commenta Paolo Gibello, senior partner Deloitte -. Intorno a questo asset il Paese deve costruire una serie di iniziative che permettano il rafforzamento del comparto e assicurino alle imprese la capacità di migliorare ancora la propria forza competitiva”.

Molto interessante è il capitolo che la ricerca dedica al biologico, una partita che si gioca soprattutto nella distribuzione, visto che l’offerta non manca. Anzi “il Belpaese – scrive Deloitte - vanta la maggiore estensione e la più elevata differenziazione produttiva d’Europa, con oltre 1 milione di ettari e 50.000 addetti. Dal 2000 in poi il bio è sempre stato dinamico e nel 2010-2015 ha registrato un Cagr (tasso di crescita composto annuo) del 12,3%, il secondo del Continente dopo la Turchia”.

Deloitte aggiunge che in questo filone si inseriscono tutt i beni alimentari di fascia alta (compresi vegani e vegetariani) che assecondano la maggiore attenzione per la qualità. Questo insieme, dal 2010 al 2016, ha avuto un incremento cumulato del 21 per cento.

Visto che il principale elemento di sviluppo è proprio l’alto livello dell’offerta è importante sintetizzare le conclusioni del ‘Rapporto Ismea-Qualivita 2017’, che analizza alimentari e vini a denominazione di origine europea.

Il primato mondiale dell’Italia è sempre più evidente, con 818 indicazioni geografiche registrate al 15 gennaio 2018. Il settore esprime i risultati più alti di sempre anche in valore, con una produzione pari a 14,8 miliardi di euro, di cui 8,4 destinati all’export.

I dati testimoniano una crescita del 6% su base annua e un aumento dei consumi del 5,6% nel canale Gdo per i prodotti a peso fisso e dell’1,8% per il vino.
Il trend degli ultimi 10 anni mostra un innalzamento continuo dell’insieme Dop-Igp, che ha così affermato il proprio peso economico fino a rappresentare l'11% della nostra industria alimentare e il 22% dell'export agroalimentare nazionale.

Le analisi territoriali e gli impatti economici per provincia italiana mostrano che le denominazioni di origine sono un volano per tutta la nazione. Per quanto l'impatto risulti concentrato geograficamente nel Nord-Est - dalla ‘food valley’ emiliana al sistema del Prosecco veneto-friulano - non sono pochi i territori che hanno beneficiato della forte crescita delle filiere locali. Sono produzioni più piccole, ma che, esprimendo al massimo il proprio potenziale, riescono a trainare l’agroalimentare da Nord a Sud.

Scarica il 'Rapporto Ismea-Qualivita 2017'

28 Gennaio 2018
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