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Aggiornato al: 18 Ottobre 2019 17:30
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Al "Green Retail Forum 2015" nasce un patto per la trasparenza

Interrogarsi e discutere di global shift nel commercio, per verificare quali sono gli impegni che la distribuzione assume verso l’ambiente, l’economia e l’equità sociale: questo lo scopo della quinta edizione del “Green Retail Forum & Expo” che si è svolta, il 18 e 19 giugno, presso la Fabbrica del Vapore di Milano.

L’evento - organizzato da Plef (Planet life economy foundation) e NDB Marketing Consapevole, in collaborazione con Distribuzione Moderna, Altavia, KikiLab e FairTrade - ha messo a confronto il mondo della distribuzione profit e non profit sui temi del cambiamento climatico e delle sue conseguenze, alle quali rispondere con nuovi strumenti economici di misurazione degli impatti.

E’ un fatto che oggi alle grandi insegne si chiede sempre di più in termini di sostenibilità e trasparenza, a cominciare dalle informazioni di prodotto.

Va in tale direzione quanto annunciato, durante il tavolo di lavoro #obbligo_prodotto_dove, dall’amministratore delegato di Conad, Francesco Pugliese: “Conad – ha detto Pugliese - sta predisponendo un articolato progetto di legge da sottoporre alla Corte di Cassazione, finalizzato a ottenere l’autorizzazione alla raccolta di firme per il ripristino dell’obbligatorietà dell’indicazione dello stabilimento di produzione sull’etichetta dei prodotti alimentari. Ciò al fine di salvaguardare l’eccellenza delle produzioni tipicamente italiane e per garantire ai consumatori una corretta informazione».

«La mancanza dell’indicazione dello stabilimento di lavorazione del prodotto - ha precisato Pugliese - rischia di delocalizzare l’eccellenza agroalimentare regionale italiana e di fare perdere valore al made in Italy, dando ancora più spazio all’agropirateria internazionale, che sta causando gravi problemi alla nostra economia.

“Un contesto come quello di Expo è ideale per lanciare questa nostra iniziativa, che auspichiamo sarà apprezzata da tanti visitatori. Ci auguriamo, tuttavia, che, oltre ai cittadini, siano sensibilizzati al tema anche i Parlamentari e che facciano seguire un altrettanto convinto impegno, per porre rimedio a questa assurda normativa».

Quello che è emerso dal tavolo di lavoro è che la posizione di Conad non è solo approvata, ma ampiamente condivisa da molte componenti del sistema del largo consumo, un fatto che potrebbe rappresentare un primo esperimento di networking nel mondo della distribuzione organizzata e che lascia intravedere un nuovo metodo di azione delle insegne nazionali: comunione di intenti e di azione intorno ai temi importanti, ovvero quelli che mettono in gioco i diritti essenziali dei cittadini e la coerenza stessa della filiera.

Perché la normativa europea 1169/11 entrata in vigore a dicembre 2014 ha aperto una grossa falla nel sistema informativo, eliminando l’obbligo di indicare il luogo di produzione in etichetta.

Francesco Pugliese, Giorgio Santambrogio (Gruppo Vègè), Mario Gasbarrino – (Unes/U2), Eleonora Graffione (Consorzio Coralis), Beniamino Casillo (Casillo Group), Vito Gulli (Generale Conserve/AsDoMar) hanno raccolto la sfida di compiere un ulteriore passo in avanti rispetto alla petizione lanciata a suo tempo da Raffaele Brogna, fondatore del movimento “Io leggo l’etichetta.

Oltre a mantenere sui prodotti a marchio del distributore l’indicazione del luogo di produzione, i partecipanti al tavolo di lavoro si sono impegnati infatti a condividere la progettazione e la realizzazione di una campagna di informazione nei punti di vendita, che spieghi ai cittadini l’importanza della trasparenza di filiera e offra loro uno strumento interattivo, attraverso il quale controllare dal basso l’effettiva applicazione delle dichiarazioni di intenti sia dei retailer, sia dell’industria di marca.

Giorgio Santambrogio, amministratore delegato di Vègè, ha posto l’accento sulla visione olistica che abbraccia l’intero sistema del retail e che motiva a condividere un’azione per la trasparenza di filiera, nella quale si inscrive anche un vantaggio competitivo per la marca del distributore.

Eleonora Graffione, presidente di Coralis, è convinta che in questo processo il retail “abbia nei cittadini un alleato, un esercito che combatte e vince le battaglie sui temi chiave dell’accesso ai beni di consumo”.

Una condivisione di intenti che ha portato i convenuti a darsi appuntamento già il 25 giugno a Bologna, ospiti di Conad, per definire obiettivi, metodologie e strumenti da mettere in campo.

Oltre a questa rivendicazione di trasparenza, un’altra sfida, quanto mai attuale, aspetta comunque il mondo del retail nell’anno di Expo: la lotta allo spreco alimentare o, meglio, la definizione del ruolo che la Gdo deve giocare in questa battaglia, specie dopo la legge varata dall’Assemblea Nazionale francese, che ha trasformato in un reato grave lo spreco da parte della gdo. Una norma che il nostro Esecutivo ha intenzione di “importare” anche nel nostro sistema giuridico.

“In termini generali lo spreco emerge come uno dei terreni più sentiti dagli italiani quando riflettono sulle caratteristiche desiderabili dell’Italia del futuro – si legge nel ‘Rapporto 2014 Waste Watcher - Knowledge for Expo’, presentato a Milano lo scorso 6 giugno -. La quasi totalità dei nostri connazionali ritiene che il problema sia grave e ne è preoccupata.

“L’opinione pubblica indica come maggiore fonte di sprechi la grande distribuzione. Forse non ci si rende conto che il piccolo spreco moltiplicato per il numero della famiglie fa un risultato di rilievo. E, sul piano della cause, sono l’eccesso di acquisto e la cattiva conservazione a generare la gran parte della dispersione”. A torto o a ragione - non è questa la sede per entrare nel merito - la Gdo è nel mirino. Quali saranno le contromisure?

23 Giugno 2015
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