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Aggiornato al: 10 Dicembre 2018 07:48
Intervista
Sacchetti ortofrutta: tanto rumore per nulla?

In vigore dal 1° gennaio 2018, l’obbligo di utilizzo per l’ortofrutta, la carne, il pesce e tutti gli alimenti freschi sfusi venduti in Gdo, ma anche nel normal trade e nei mercati all'aperto, dei sacchetti biodegradabili e compostabili è stato al centro di un’imponente campagna mediatica di segno negativo. Una vera rivolta popolare specialmente a base di post sui maggiori social, ma anche una tempesta in un bicchiere d’acqua visto che poi il prezzo degli shopper si è attestato su pochi centesimi, da 1 a 2 al pezzo, e che, tutto sommato ogni italiano spenderà, a fine anno un pugno di euro: da un minimo di 1,50 a tre. In compenso saranno più sostenibili qualcosa come 9-10 miliardi di sacchetti – a tanto ammonta il consumo nei 12 mesi - con target di compatibilità sempre più spinti. La quota di materiale biodegradabile, infatti, passerà dal 40% del 2018-2019, al 50% del 2020 e al 60% del 2021. A un mese e mezzo circa dalla partenza DM ha fatto il punto della situazione con Marco Versari, presidente di Assobioplastiche, Associazione italiana delle bioplastiche e dei materiali biodegradabili e compostabili, che si è distinta, nella confusione generale, per un capillare lavoro di osservazione e raccolta dati.

Le acque si sono un po’ calmate?

Sicuramente la tensione si è allentata. La levata di scudi è derivata dalla mancanza di una giusta informazione al cittadino, che purtroppo è stata data solo a cose fatte. Tutte le grandi insegne hanno già completato la transizione verso i nuovi shopper e oggi si sono posizionate su un prezzo di 1 o 2 centesimi a sacchetto, smentendo le preoccupazioni parossistiche della prima ora. Esselunga, per esempio, ha condotto una valida campagna fin dall’inizio. Dare il polso della piccola distribuzione è più complesso: forse è presto e ritengo non ci sarà tanto zelo nell’adeguamento.

Le autorità hanno dato indicazioni contradditorie sulla possibilità di portare i sacchetti da casa. Come deve comportarsi il consumatore?

Facendo riferimento alle circolari del Ministero della Salute non si possono utilizzare i propri sacchetti. In seguito anche il Mise si è posto il problema è ha rimandato il tutto ai colleghi della Salute, che hanno concesso l’uso di shopper propri, purché nuovi. Il fatto è che le borse riutilizzabili, impiegate massicciamente dai cittadini dopo l’entrata in vigore delle sanzioni pecuniarie previste dalla Legge 116/2014, hanno abbattuto il consumo di buste usa e getta di oltre il 50 per cento. Dunque il concetto del riutilizzo è altamente auspicabile e, per giunta, in linea con gli orientamenti dell’Unione Europea. Ma l’ultima parola è sempre alle autorità competenti

Si è posto anche il problema delle etichette autoadesive, che biodegradabili non sono…

È vero. Si spera tuttavia che il consumatore, se informato, abbia l’accortezza di appiccicare le etichette sulla parte alta del sacchetto, in modo da poterle rimuovere prima di adibire l’imballaggio ad altri usi che comportino l’entrata dell’imballaggio nell’ambiente. Il Consorzio dei compostatori ha sottolineato il problema, denunciando, già tempo fa, che proprio i sacchettini per l’ortofrutta sono una delle principali fonti di inquinamento nella raccolta differenziata dell’umido. Inoltre alcune catene, a partire da Esselunga, si sono già dotate di etichette bio e tutta la Gdo dovrebbe allinearsi in tempi rapidi.

Perché fare pagare al cittadino i sacchetti e non permettere al commercio di riassorbine il costo?

Perché lo dice la legge. Infatti la Direttiva europea 720/2015 sulla riduzione dei bioshopper, al ‘Considerando’ numero 9, spiega che l’obiettivo è di fare capire al cittadino che questi prodotti hanno un valore e dunque un prezzo e un impatto ambientale ragguardevole. Pagare il manufatto permette alla gente di acquisire la giusta consapevolezza. Quello che ci risulta come Assobioplastiche, da colloqui con esponenti della Gdo, è che si sta ridimensionando l’abuso. Il sacchetto gratis veniva spesso prelevato in quantità per usi diversi, dalla raccolta dell’umido a quella delle feci degli animali. Il comportamento, non corretto, di asportazione di materiali dal punto vendita diventa ora un costo sul quale le persone riflettono.

Non può accadere che la legge porti all’aumento dei freschi confezionati che avrebbero impatti ambientali ancora più forti?

Non ci risulta. Quello che posso dire è che non sarebbe neppure una scelta intelligente, visto che il confezionato ha un prezzo mediamente più alto, comprendendo il costo dell’imballo e della manodopera. Insomma la semplice logica basta a vanificare l’ipotesi.

In conclusione: è una buona legge?

Sicuramente, sia per l’ambiente che per la società. Non dimentichiamo che la stragrande maggioranza dei sacchetti non biodegradabili in uso prima della legge proveniva da Paesi extra UE mentre la produzione di quelli in bioplastica biodegradabile e compostabile ha creato nuovi investimenti e soprattutto molti nuovi posti di lavoro in Italia. Questo sì che è un aspetto – direi un valore – che avrebbe dovuto essere comunicato agli italiani. Purtroppo chi doveva fare la comunicazione – come indicato dal legislatore – non ha fatto nulla quando andava fatto, ossia prima dell’introduzione della legge. Un aspetto di possibile miglioramento della legge è relativo all’etichetta e ai guanti, sui quali non vengono date indicazioni pur rappresentando due elementi indispensabili a garantire la “circolarità” dell’intero processo, come peraltro hanno rilevato molti consumatori.


Leggi anche: 'I sacchetti diventano biodegradabili'

12 Febbraio 2018
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