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Aggiornato al: 12 Novembre 2018 17:30
Intervista
Bellavita Expo Londra porta il made in Italy alimentare nel mondo

Specialista del tradeshow in Gran Bretagna, ma anche nelle Americhe e in Oriente, Bellavita Expo di Londra – 4 milioni di sterline di fatturato nel 2017 e una previsione di oltre 5 milioni per il 2018 - estende i propri interessi a molteplici campi della promozione del made in Italy all’estero, qualificandosi come una piattaforma integrata con una fiera annuale, marketplace B2B e un proprio canale e-commerce.
Fino alla fine del 2017 nella compagine societaria figuravano Quiris Media Limited, con sede nella capitale britannica, Cittamoderna Gestioni di Napoli rappresentata da Antonio Prezioso e i due imprenditori e fondatori di origine molisana,
Aldo Mazzocco, che di Bellavita è l'amministratore delegato, e Lucio Lombardi.
A inizio anno ha fatto il suo ingresso, con un 50% di quota, un partner d’eccezione ossia Vpe (Verona Parma Exhibition), compartecipata da Veronafiere e Fiera di Parma, a dimostrazione del fatto che il nostro sistema fieristico non è, come si vorrebbe, chiuso in sé stesso e poco propenso all’internazionalizzazione. Del resto, l’elemento di punta di Bellavita è proprio una piattaforma di eventi. La quinta edizione di quello svoltosi a Londra, dal 17 al 19 giugno, si e’ chiuso con ottimi risultati: 1.000 nuovi prodotti presentati, 200 espositori, 40 incontri, fra masterclass, seminari e dibattiti, 6.000 visitatori in rappresentanza del food & beverage internazionale.
I prossimi appuntamenti, targati Bellavita Expo, saranno a Città del Messico (28–31 agosto), a Bangkok (5-7 settembre) e a Mosca (24–27 settembre). Nel 2017 oltre 1.000 aziende italiane hanno partecipato agli eventi Bellavita nel mondo.


Quali sono le considerazioni del vostro 5° dopo fiera?

Siamo orgogliosi di avere dato vita - spiega Mazzocco - al primo polo internazionale del made in Italy agrolimentare. Questa edizione di Bellavita Expo Londra, in collaborazione con Ice, da sempre molto attiva nella promozione dei nostri prodotti oltre confine, ha segnato il debutto della joint venture con Cibus e Vinitaly, che consolida la nostra decisione di valorizzare il cibo italiano nel mondo.

Londra è una piazza importante, ma anche difficile. Perché questa scelta?

Dopo 5 anni, siamo riusciti ad entrare dal portone principale in questo mercato che è, lo confermo, uno dei più difficili al mondo. Difficile perché è cosmopolita, saturo di imprese che bussano alle porte, già molto aperto alle importazioni. Ma qui gli italiani vendono agroalimentari per 3,5 miliardi di sterline. La Gran Bretagna è oggi la terza forza europea per le nostre esportazioni food & beverage, dopo la Germania e la Francia. Però, mentre in questi Paesi gli operatori si trovano a competere, su molte merceologie, con una ricca offerta locale, il Regno Unito è una sorta di crogiolo, di melting pot, dove chi riesce ad affermarsi dimostra implicitamente il proprio rilievo internazionale. E poi il Paese è anche una porta di accesso privilegiata alle Americhe e all’Asia.

È problematico rappresentare il made in Italy all’estero?

Diciamo che è una sfida interessante. Da sempre l’Italia ha prodotti di altissima qualità, ma non è mai riuscita a comunicarli a dovere. Dunque, il vero punto debole è il marketing, una leva che invece i francesi, tanto per fare un esempio, utilizzano da sempre anche oltre confine. Formare una struttura aperta, una sorta di cerniera fra le nostre imprese e le altre nazioni, ci è sembrato, dunque, fondamentale: quello che noi facciamo è proprio marketing e comunicazione del prodotto e del suo territorio, garantendo contatti attraverso le fiere, ma anche grazie alla comunicazione diretta al trade, per arrivare ai singoli buyer.

A quali canali vi rivolgete?

Prevalentemente al foodservice e all’horeca – hotel, restaurant, catering - , che nelle altre nazioni sono molto più sviluppati e che formano un mercato al quale, talora, le imprese non pensano nemmeno, o al quale rinunciano per la sua capillarità e complessità. Questi canali sono anche una testa di ponte molto qualificante, capace di sviluppare un interesse che permetterà poi di ‘agganciare’ il retail. Il nostro obiettivo, come lo è per altre società di rappresentanza collettiva create dai Paesi stranieri, è di creare un brand che sia sinonimo di made in Italy, facilmente identificabile come un punto di riferimento preciso. Dunque, il nostro compito principale è di armonizzare il lavoro dei nostri partner facendo sinergia e raccontando al pubblico internazionale i diversi aspetti dell’Italia e della sua ricchezza agroalimentare. E così oggi fra i nostri brand ci sono nomi del calibro di Lavazza, Rana, Birra Poretti, Pernigotti, Asiago Dop, Villa Sandi, Allegrini, Fontanafredda, Frescobaldi e tanti altri.

Bellavita si muove su diversi fronti. Parliamone…

Molti, perché oggi non basta più raccontare il prodotto attraverso una sola attività, ma bisogna appoggiarsi a una piattaforma multifunzionale, dove la fiera è naturalmente l’elemento centrale e più visibile, ma non il solo. Così 18 mesi fa, nel Regno Unito e in Olanda, abbiamo aperto un nostro e-commerce, bellavitashop, che ci sta dando grandissime soddisfazioni. Altra attività fondamentale è fare storytelling in modo continuo, raccontare l’Italia nei suoi vari aspetti e fare cultura. Del resto, sviluppare direttamente la domanda presso il consumatore facilita la penetrazione nei diversi circuiti commerciali. Se il pubblico è preparato il ristoratore si vedrà chiedere piatti e ricette italiane e avrà dunque uno sbocco garantito per espandere la propria offerta.

E il marketplace B2B?

L’italian marketplace è come una fiera permanente e dà agli operatori economici esteri la possibilità di trovare sempre un vero prodotto italiano che fa parte della famiglia Bellavita. La piattaforma di promozione digitale ha raggiunto cifre record, con un ascolto di 300.000 buyer all’anno.

Avete anche un negozio fisico. Che ruolo svolge?

Il negozio di Londra in Dock Street, nel cuore finanziario della citta’, lanciato circa 2 anni fa, è un altro momento di promozione. Il punto vendita è infatti collegato alla piattaforma e-commerce, e dunque in grado di consegnare in Gran Bretagna, Irlanda e Olanda. Il catalogo è flessibile e ci permette di dare una serie di premi alle aziende. Per esempio, preferiamo inserire molti dei vincitori degli awards di Bellavita Expo. Nato quasi per gioco, è destinato a ripetere la propria esperienza, con nuove aperture sia nel Regno Unito, sia in altri Paesi.

Fare cultura di prodotto sul consumatore è basilare, ma immagino che sia altrettanto importante la formazione degli operatori…

Assolutamente. Per questo è nata Bellavita Academy, una struttura di 150 mq, dove organizziamo, in collaborazione con artigiani e professionisti molto qualificati, corsi per diventare, sommelier, pizzaioli e pasta maker. Per esempio, stiamo diffondendo in Gran Bretagna la cultura della vera pizza napoletana e, in collaborazione con l’Unione Pizzerie Storiche Napoletane “Le Centenarie”, abbiamo formato già 25 pizzaioli.

Quali Paesi consiglierebbe oggi a un esportatore?

Dipende dall’esportatore. Certo per le Pmi è meglio rivolgersi in prima battuta all’Europa. In Olanda stiamo lavorando egregiamente, in quanto, nel vissuto della popolazione, la dieta mediterranea è ormai sinonimo di benessere. Anche la Polonia, nazione relativamente vergine per il made in Italy, ha un grande potenziale. Su tutti i Paesi però, ammesso di avere certificazioni e logistica adeguate, il mercato delle grandi opportunità resta quello nordamericano. Usa e Canada sono ben lontani dall’esaurire le proprie forze e se è vero che l’attuale politica della presidenza Trump può spaventare, è altrettanto vero che l’Italia continua a essere un marchio, uno must alimentare. Così, proprio negli States, stiamo studiando con Sysco - il maggiore distributore foodservice, con oltre 55 miliardi di dollari di fatturato - un progetto di promozione del made in Italy su larga scala. Credo che l’America, che d’altronde non è mai tramontata nel nostro settore, stia tornando prepotentemente alla ribalta.

Concludiamo con l’italian sounding. Come si muove Bellavita per contrastare le imitazioni?

Il problema purtroppo è sempre più grave, visto che il sounding ha un fatturato stimato di 100 miliardi di euro, contro un export italiano agroalimentare che vale poco più di 40 miliardi. Bellavita, mettendo sotto il proprio ombrello marchi e prodotti italiani, ne garantisce automaticamente l’autenticità. Del resto, che il vero italiano sia un must è dimostrato dalle continue richieste, circa 25 al mese, che riceviamo da aziende agroalimentari estere, le quali vorrebbero partecipare ai nostri eventi e dunque agganciarsi al made in Italy. Anche se ovviamente queste avances vengono respinte al mittente, ci fanno piacere in quanto indicative del valore del marchio ‘Italia’.

02 Luglio 2018
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